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Zelensky in Europa: il male perderà, dateci i caccia

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“Date ali alla libertà”. L’immagine è poetica, ma le parole del primo tour europeo di Volodymyr Zelensky dall’inizio della sanguinosa invasione russa dell’Ucraina di quasi un anno fa segnano una richiesta forte e chiara di accelerazione dell’escalation di forniture belliche a Kiev, sotto forma di “aerei da combattimento” invocati a mo’ di arma cruciale per cercare di raggiungere l’obiettivo più arduo, eppure indicato quasi come destino inevitabile: “Sconfiggere la Russia”. Il presidente ucraino ha scelto Londra – prima di proseguire in serata per Parigi per un trilaterale con i leader di Francia e Germania e domani per Bruxelles in veste di ospite d’onore di un Consiglio Europeo straordinario – come prima meta di questo viaggio, il secondo in assoluto dallo scoppio dello ostilità, dopo la visita lampo del 21 dicembre alla superpotenza Usa. E non è stato un caso. Piuttosto un riconoscimento del ruolo svolto dal governo di Rishi Sunak, ma soprattutto dall’ex premier Boris Johnson, per tenere unito il fronte degli alleati occidentali di Kiev “quando questo sembrava impossibile”. “Sono qui per dirvi grazie a nome dei coraggiosi, degli eroi che combattono in trincea per ripristinare la sovranità dell’Ucraina sui suoi territori”, ha esordito a voce piena Zelensky intervenendo dinanzi al Parlamento del Regno al gran completo – dopo essere stato accolto da Sunak al numero 10 di Downing Street e prima di una calorosa udienza a Buckingham Palace – sotto le volte solenni di Westminster Hall, come concesso in passato a Charles De Gaulle.

Una premessa accompagnata dal tripudio di ovazioni tributategli da deputati e lord di tutti i partiti schierati e suggellata dall’esaltazione dell’eredità storica della democrazia britannica, del “coraggio” della sua gente. Ma seguita anche da un sollecitazione accorata, se non ultimativa – indirizzata all’Occidente nel suo insieme – a fare un passo ulteriore per affrettare il cammino verso un traguardo evocato come certo: “la vittoria” sul campo “quest’anno”. “Io vi domando, e domando al mondo, aerei da combattimento per l’Ucraina, ali per la libertà”, ha intonato con passione Zelensky, barba incolta e maglione militare kaki indosso, prima di presentarsi in questa tenuta che è diventata la sua uniforme d’ordinanza d’ogni occasione pubblica dal 24 febbraio scorso in avanti pure di fronte a re Carlo III. In cambio la promessa è quella di “ripagare” gli alleati “con la vittoria” su Vladimir Putin, additato come “il male”, come futuro imputato “con i propri sodali” di una corte di giustizia internazionale ad hoc e come leader di un Paese condannato nei suoi auspici a pagare in avvenire i costi “dell’occupazione atroce” e del “terrorismo missilistico” inflitti all’Ucraina.

Nel nome di una convinzione animata da ambizioni quasi profetiche: “Sappiamo che la libertà vincerà, sappiamo che la Russia perderà e sappiamo che la nostra vittoria cambierà il mondo”. Di qui l’invito a Sunak – apripista di recente sul via libera ai carri armati pesanti europei a Kiev – a seguire fino in fondo l’esempio di Johnson, l’amico “Boris”, esaltato personalmente per aver schierato il Regno “al fianco dell’Ucraina dal giorno uno”, prima e più risolutamente di altri leader occidentali. Invito ribadito poi nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro in carica tenuta di fronte a uno dei moderni tank Challager-2 (che Londra conta di consegnare a Kiev per fine marzo) in una base del Dorset dove i britannici già addestrano da tempo militari ucraini. Al di là della dichiarazione unitaria firmata da due leader a suggello “dell’amicizia infrangibile” proclamata tra le rispettive nazioni, l’appello è esplicito: non servono più soltanto armi difensive, ma strumenti – “missili a lungo raggio” compresi – in grado di avvicinare quella “vittoria militare decisiva” che anche Sunak richiama; di contrastare “i droni iraniani”; di “distruggere” le forze russe; di costringerle a “preoccuparsi di una nostra controffensiva”. Richieste che Zelensky ha esteso in serata a Emmanuel Macron e Olaf Scholz, preparandosi a fare lo stesso domani a Bruxelles con l’intera platea dei leader Ue, Giorgia Meloni inclusa, con la quale avrà un faccia a faccia; in aggiunta alle pressioni per un cammino facilitato verso la promessa adesione di Kiev al club dei 27.

Anche se per ora gli spiragli – almeno sulla questione esplosiva della fornitura dei cacciabombardieri, che significherebbe sfiorare l’orizzonte di uno scontro diretto fra Nato e Russia, come lasciato immediatamente balenare nero su bianco dall’ambasciata del Cremlino a Londra – sono al massimo parziali. Con la Germania che si limita a glissare, affrettando le scadenze sulla “speranza” di trasferimento in Ucraina di “un primo battaglione” di suoi panzer Leopard-2 per marzo-aprile. O lo stesso Regno Unito che, per bocca di Sunak, si spinge ad oggi ad assicurare solo genericamente di non “escludere nulla dal tavolo”, ma senza andare oltre l’impegno immediato d’allargare i programmi di addestramento britannici a “piloti e marines ucraini” o di fornire di armi “a più lungo raggio”. E confinando ogni concreta ipotesi sui jet nel novero delle “soluzioni da tempi lunghi”.

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La spia che venne dagli Usa, l’uomo di Mosca nel Donbass

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Le prime foto di lui, con il viso pixelato e abbracciato a un soldato, erano apparse sui canali di blogger militari russi il 28 ottobre, subito dopo l’operazione che lo aveva esfiltrato dal territorio ucraino. Ma oggi Daniel Martindale si è presentato a volto scoperto e mostrando i suoi documenti di americano davanti ai giornalisti a Mosca, affermando di aver operato per oltre due anni dietro le linee nemiche fornendo preziose informazioni alle truppe di Mosca nel Donbass. Ora Martindale, che ha 33 anni, dice di voler farsi una vita e una famiglia in Russia e lavorare come agricoltore.

Oltre che acquisire la cittadinanza russa. Come Edward Snowden, l’informatico e attivista statunitense già tecnico della Cia che dal 2013 vive in Russia dopo aver rivelato i dettagli di diversi programmi top secret di sorveglianza di massa del governo di Washington e quello di Londra. E non sarà certo una sorpresa se Mosca deciderà di concedere la cittadinanza anche al nuovo transfuga, che promette di diventare una importante pedina della macchina propagandistica. “Dal 2005 considero gli Usa il mio nemico”, ha dichiarato Martindale, presentatosi alla stampa in camicia arancione e un cappellino nero con visiera. Quello che accade in Ucraina, ha insistito, “è un tentativo dell’America di contenere la Russia per non permetterle di competere ad armi pari con gli Stati Uniti”.

Poi un messaggio diretto a Washington: “Se qualcosa succede a me o a qualche mio parente non sarà un incidente, ma opera delle autorità americane per costringermi a tornare negli Usa e accusarmi di tutti i peccati”. Martindale ha detto di essere stato un “missionario” in Polonia. Quando ha capito che stava per scoppiare una guerra, si è trasferito in Ucraina e, dopo essere passato per Kiev, è arrivato nel territorio della regione di Donetsk controllato dalle forze governative solo una decina di giorni prima dell’attacco russo. Da lì, ha detto, si è messo in contatto con le forze separatiste filorusse scrivendo sul loro canale Telegram. Lo stesso sistema ha utilizzato per mantenere poi i contatti con le agenzie di sicurezza russe, che gli hanno fatto arrivare un nuovo telefono cellulare con un drone.

La settimana scorsa le forze speciali della 29/a Armata hanno fatto un’incursione in territorio ucraino per farlo uscire, dopo che, sostengono i canali degli osservatori militari russi, aveva avuto “un ruolo chiave nella preparazione dell’assalto al villaggio di Bogoyavlenka”, caduto in mano russa qualche giorno fa. Anche oggi Mosca ha annunciato la conquista di nuovi villaggi, quelli di Kurakhivka nella regione di Donetsk e quello di Pershotravneve nella regione di Kharkiv, in un’avanzata nell’est dell’Ucraina che ha accelerato nelle ultime settimane. Le truppe ucraine stanno affrontando una delle più “potenti” offensive della Russia dall’inizio dell’invasione, ha detto il comandante delle forze armate, Oleksandr Syrsky. La situazione è difficile, e “le ostilità in alcune aree richiedono un costante rinnovamento delle risorse delle unità ucraine”, ha aggiunto.

Difficoltà confermate dall’intelligence militare dell’Estonia, secondo la quale solo nell’ultima settimana le forze russe hanno occupato circa 150 chilometri quadrati di territorio nella regione di Donetsk. Il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato massicci attacchi di droni nella notte su varie regioni, compresa Kiev, dove le autorità locali hanno parlato di incendi scoppiati in vari edifici residenziali. Due feriti sono segnalati nella capitale e cinque, di cui tre bambini, a causa di un bombardamento di artiglieria nella città meridionale di Kherson. “I costanti attacchi terroristici contro le città ucraine provano che la pressione esercitata sulla Russia e i suoi complici non è sufficiente”, ha affermato Zelensky. Le autorità russe hanno invece detto che quattro civili sono rimasti feriti in attacchi di droni ucraini sulla regione frontaliera di Kursk e uno su quella di Belgorod. Oltre a due persone rimaste ferite in un attacco di artiglieria delle forze di Kiev a Gorlovka, località nel Donetsk controllata dalle truppe di Mosca.

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Cinque passi verso la pace tra Russia e Ucraina

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Dopo due anni e mezzo di guerra della Russia contro l’Ucraina, pesanti impatti sulla sicurezza energetica a quella alimentare oltre alla crisi di rifugiati (oltre 14 milioni) più significativa in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, la pace è urgente. Teha, coinvolgendo 9 think tank internazionali, ha disegnato una ‘road map’ che presenterà al Forum di Cernobbio: 5 proposte per rafforzare la sicurezza energetica, 5 per la sicurezza agroalimentare globale e 5 per arrivare alla pace. “Navighiamo in un panorama geopolitico instabile senza precedenti” sottolinea Valerio De Molli, il ceo di Teha Group, per questo “solo comprendendo le cause profonde della guerra e affrontando le sue implicazioni più ampie possiamo lavorare per un futuro in cui la resilienza, l’inclusività e la sostenibilità siano in prima linea nella governance globale”.

E’ il fil rouge del Paper “con l’obiettivo di fornire, si spera, un contributo costruttivo per avvicinare la pace” e il sogno, malcelato, è che il primo passo parta proprio da Cernobbio. Qui, nella prima giornata di lavori farà il suo intervento Viktor Orbán, Primo Ministro dell’Ungheria e Presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea e dovrebbe partecipare anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Per incontrarlo potrebbe anticipare il suo arrivo Giorgia Meloni. Bisogna partire con il “riconoscere gli ingenti danni causati dalla guerra sia a livello regionale che globale”, secondo l’analisi condotta da Teha con DiXi Group, EDAM Centre for Economics and Foreign Policy Studies, Higher School of Economics, Jacques Delors Institute, Kyiv School of Economics, Limes, Observer Research Foundation e la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) è “il prerequisito di un processo di pace globale”.

Il passaggio successivo è “condurre un’analisi critica del fallimento diplomatico degli Accordi di Minsk” (firmati nel 2014 tra Ucraina, Russia e Osce, ndr). Le altre tappe sono: “segmentare il processo di pace in azioni a breve e medio-lungo termine per stabilire tappe e obiettivi chiari, facilitando risultati progressivi e garantendo che sia le esigenze immediate sia gli obiettivi di lungo termine siano raggiunti; organizzare una Conferenza di Pace internazionale” che coinvolga Russia e Ucraina e infine “creare un solido piano di assistenza finanziaria ed economica per sostenere l’Ucraina nel dopoguerra” prevedendo il problema del debito pubblico e il calo della popolazione. Per rispondere alle due grandi crisi, energetica e alimentare, originatesi con la guerra gli analisti di Teha suggeriscono cinque mosse per ognuna.

La diversificazione delle fonti energetiche, la creazione di riserve strategiche di energia, l’aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili, l’introduzione di misure per l’efficienza energetica, e la creazione di un Network Energetico Pan-Europeo, sul fronte energetico. Par reagire all’insicurezza alimentare acuta ha raggiunto livelli record, riguardando 258 milioni di persone in 58 Paesi nel 2022, le proposte di TEHA sono: “avviare un’attività di coordinamento, che coinvolga le principali organizzazioni internazionali, nella gestione della crisi alimentare globale; istituire programmi internazionali di aiuto alimentare a sostegno dei paesi vulnerabili; dare un’assistenza finanziaria e aiuti allo sviluppo ai paesi vulnerabili per costruire sistemi agroalimentari e migliorare la resilienza a shock futuri; incentivare pratiche agricole sostenibili che aumentino la produttività riducendo al minimo l’impatto ambientale e infine avviare una riforma della politica agricola globale e della governance a sostegno della transizione verde per garantire un accesso e una distribuzione equi delle risorse agricole e alimentari”.

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Missili russi sull’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kiev, 20 morti e 66 feriti

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Almeno 20 morti e 66 feriti: è il bilancio provvisorio del massiccio attacco missilistico lanciato oggi dalla Russia contro l’Ucraina. Finora si registrano infatti 35 feriti e 10 vittime a Kiev, incluse cinque nell’ospedale pediatrico Okhmatdyt, e altre 10 a Kryvyi Rig, città natale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dove sono stati segnalati anche 31 feriti.

Ci sono persone intrappolate sotto le macerie dell’ospedale pediatrico Okhmatdyt Kiev colpito oggi da un attacco missilistico russo: lo riporta su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

“Ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kiev. Uno degli ospedali pediatrici più importanti non solo in Ucraina, ma anche in Europa. Okhmatdyt ha salvato e restituito la salute a migliaia di bambini. Ora l’ospedale è stato danneggiato da un attacco russo, con persone intrappolate nelle macerie, e non si conosce il numero esatto di feriti e dei morti. Ora tutti stanno aiutando a rimuovere le macerie: medici e gente comune”, si legge nel messaggio. “La Russia non può non sapere dove volano i suoi missili e deve essere ritenuta pienamente responsabile di tutti i suoi crimini: contro le persone, contro i bambini, contro l’umanità in generale. È molto importante che il mondo non rimanga in silenzio e che tutti si rendano conto di ciò che la Russia è e di ciò che sta facendo”, conclude Zelensky.

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