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Spagna al voto, oltre un terzo gli indecisi

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Ultime battute di campagna elettorale in Spagna all’insegna degli appelli, quelli consueti elettorali, ma che nel Paese che torna alle urne a meno di un anno dall’ultimo rinnovo del parlamento riflettono le molte nuove incognite rapidamente emerse sulla ribalta della politica. E un primo effetto è un elettorato in parte spiazzato, con un alto livello di indecisione (fino ad un terzo) registrato anche negli ultimi sondaggi in vista del voto di domenica 28 aprile. Se e’ una buona o cattiva notizia per il premier socialista Pedro Sanchez (nella foto in evidenza) lo dira’ lo spoglio delle schede. Sanchez cerca una rinnovata fiducia e punta a pescare anche oltre il tradizionale bacino del Psoe, sperando di ottenere i numeri per continuare a governare. In coalizione, s’intende, con la sinistra di Podemos, ma anche oltre se necessario. Perche’ pur confermandosi nei sondaggi come primo partito, il Psoe da solo non ce la fa, se i numeri saranno confermati dalle urne. Il percorso naturale di coalizione a sinistra si presenta tuttavia di questi tempi accidentato, stretto com’e’ fra la questione catalana e l’avanzata dell’ultradestra. Un’occasione questa che rinvigorisce allora le aspettative del Partido Popular (Pp), il centro-destra che nei sette anni di governo guidato da Mariano Rajoy ha progressivamente perso smalto fino alla caduta (con voto di sfiducia) nel giugno del 2018. In mezzo un’eredita’ sbiadita dal tempo oltre che dagli scandali, ma adesso il nuovo leader Pablo Casado tenta di rianimarla facendo leva soprattutto sui sentimenti anti-indipendentisti: la tradizione e la Spagna unita come valore contro Sanchez e i socialisti ‘traditori’ e alleati degli indipendentisti. Anche Casado pero’ – avvocato 38enne al suo primo test elettorale da leader del partito – per governare ha bisogno di aiuto: guarda ai liberali di Ciudadanos del coetaneo Albert Rivera – formazione nata proprio in chiave anti indipendentista -, ma potrebbe doversi rivolgere anche a Vox, l’ultradestra guidata da Santiago Abscal, quarantenne pure lui, in partenza transfugo del Pp che guida adesso il movimento pronto riportare nel parlamento spagnolo l’estrema destra assente dal 1982. Per ora i sondaggi sembrano dargli ragione, con gli ultimi che segnalano un possibile 10% per Vox, sebbene il livello di gradimento personale per Abscal risulti il piu’ basso fra tutti i leader di partito. Unico paese in Europa ad andare al voto praticamente a ridosso delle elezioni europee, la Spagna e’ poi sotto la lente di ingrandimento degli osservatori in Ue e lo e’ in particolare il destino elettorale di Vox che condivide con altre formazioni di estrema destra nel Vecchio Continente aspirazioni ad un salto di qualita’ istituzionale. Il livello di attenzione e’ quindi alto sul fronte del rischio di presunte ingerenze e fake news emerse da altre esperienze elettorali negli ultimi anni. E’ allora notizia di qualche rilievo oggi sui media spagnoli il blocco da parte di Facebook di almeno 17 pagine presenti sulla sua piattaforma appartenenti a tre diverse reti di estrema destra spagnole. Nel comunicare il provvedimento, Facebook ha comunque specificato che la decisione non si e’ basata “sui contenuti che hanno condiviso”, ma piuttosto sulla condotta di chi le gestiva in quanto venivano utilizzati account doppi e falsi, un comportamento che viola le regole del network.

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La trumpiana Greene lavorerà con Musk e Ramaswamy a taglio costi

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La trumpiana di ferro Marjorie Taylor Greene collaborerà con Elon Musk e Vivek Ramaswamy come presidente di una commissione della Camera incaricata di lavorare con il Dipartimento dell’efficienza. “Sono contenta di presiedere questa nuova commissione che lavorerà mano nella mano con il presidente Trump, Musk, Ramaswamy e l’intera squadra del Doge”, acronimo del Department of Government Efficiency, ha detto Greene, spiegando che la commissione si occuperà dei licenziamenti dei “burocrati” del governo e sarà trasparente con le sue audizioni. “Nessun tema sarà fuori dalla discussione”, ha messo in evidenza Greene.

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Pam Bondi, fedelissima di Trump a ministero Giustizia

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Donald Trump nomina la fedelissima Pam Bondi a ministra della Giustizia. L’ex procuratrice della Florida ha collaborato con il presidente eletto durante il suo primo impeachment. “Come prima procuratrice della Florida si è battuta per fermare il traffico di droga e ridurre il numero delle vittime causate dalle overdosi di fentanyl. Ha fatto un lavoro incredibile”, afferma Trump sul suo social Truth annunciando la nomina, avvenuta dopo il ritito di Matt Gaetz travolto da scandali a sfondo sessuale. “Per troppo tempo il Dipartimento di Giustizia è stato usato contro di me e altri repubblicani. Ma non più. Pam lo riporterà al suo principio di combattere il crimine e rendere l’America sicura.

E’ intelligente e tosta, è una combattente per l’America First e farà un lavoro fantastico”, ha aggiunto il presidente-eletto. Bondi è stata procuratrice della Florida fra il 2011 e il 2019, quando era governatore Rick Scott. Al momento presiede il Center for Litigation all’America First Policy Institute, un think tank di destra che sta lavorando con il transition team di Trump sull’agenda amministrativa. Come procuratrice della Florida si è attirata l’attenzione nazionale per i suoi tentativi di capovolgere l’Obamacare, ma anche per la decisione di condurre un programma su Fox mentre era ancora in carica e quella di chiedere al governatore Scott di posticipare un’esecuzione per un conflitto con un evento di raccolta fondi.

La nomina di Bondi arriva a sei ore di distanza dal ritiro di Gaetz dalla corsa a ministro della Giustizia dopo le nuove rivelazioni sullo scandalo sessuale che lo ha travolto. Prima dell’annuncio, l’ex deputato della Florida era stato contattato da Trump che gli aveva riferito che la sua candidatura non aveva i voti necessari per essere confermata in Seanto. Almeno quattro senatori repubblicani, infatti, si era espressi contro e si erano mostrati irremovibili a cambiare posizione. Il nome di Bondi, riporta Cnn, era già nell’iniziale lista dei papabili ministro alla giustizia stilata prima di scegliere Gaetz. Quando l’ex deputato ha annunciato il suo passo indietro, il nome di Bondi è iniziato a circolare con insistenza fino all’annuncio.

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Da Putin a Gheddafi, i leader nel mirino dell’Aja

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Con il mandato d’arresto spiccato contro il premier israeliano Benyamin Netanyahu, insieme all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, si allunga la lista dei capi di Stato e di governo perseguiti dalla Corte penale internazionale con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Da Muammar Gheddafi a Omar al Bashir, e più recentemente Vladimir Putin. Ultimo in ordine di tempo era stato appunto il presidente russo, accusato nel marzo del 2023 di “deportazione illegale” di bambini dalle zone occupate dell’Ucraina alla Russia, insieme a Maria Alekseyevna Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini del Cremlino.

Sempre a causa dell’invasione dell’Ucraina nel mirino della Corte sono finiti in otto alti gradi russi, tra cui l’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e l’attuale capo di stato maggiore Valery Gerasimov: considerati entrambi possibili responsabili dei ripetuti attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine. Prima di Putin, nel 2011 l’Aja accusò di crimini contro l’umanità Muammar Gheddafi, ma il caso decadde con la morte del rais libico nel novembre dello stesso anno.

Un simile provvedimento fu emesso per il figlio Seif al Islam e per il capo dei servizi segreti Abdellah Senussi. Tra gli altri leader di spicco perseguiti, l’ex presidente sudanese Omar al Bashir: nel 2008 il procuratore capo della Corte Luis Moreno Ocampo lo accusò di essere responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità e della guerra in Darfur cominciata nel 2003. Anche Laurent Gbagbo, ex presidente della Costa d’Avorio, è finito all’Aja, ma dopo un processo per crimini contro l’umanità è stato assolto nel 2021 in appello.

Nel 2016 la Corte penale internazionale ha condannato l’ex vicepresidente del Congo, Jean-Pierre Bemba, per assassinio, stupro e saccheggio in quanto comandante delle truppe che commisero atrocità continue e generalizzate nella Repubblica Centrafricana nel 2002 e 2003. Il signore della guerra ugandese Joseph Kony, che dovrebbe rispondere di ben 36 capi d’imputazione tra cui omicidio, stupro, utilizzo di bambini soldato, schiavitù sessuale e matrimoni forzati, è la figura ricercata dalla Cpi da più tempo: il suo mandato d’arresto venne spiccato nel 2005. Tra gli altri dossier aperti e su cui indaga l’Aja c’è l’inchiesta sui crimini contro la minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania. Un’altra indagine è quella su presunti crimini contro l’umanità commessi dal governo del presidente venezuelano Nicolas Maduro. E non è solo l’Aja ad aver processato capi di Stato e di governo: nel 2001, l’ex presidente Slobodan Milosevic fu accusato di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Arrestato, morì d’infarto in cella all’Aja nel 2006, prima che il processo potesse concludersi.

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